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domenica 6 aprile 2008

Cultura vitale,democrazia e altro


«La vita deve essere colta ma la cultura deve essere vitale»: la frase di Ortega y Gasset è piaciuta a vari lettori. «In tutte le scuole si dovrebbe reintrodurre la filosofia... l’arte del porsi le domande», dice ad esempio il lettore Lorenzo, stimolato da quella frase. Ma aggiunge: «Poi magari è una mera illusione perche se insegnata da maestri ottusi in pochi avrebbe un barlume di effetto».

Eh sì, è questo l’effetto: abbiamo scuole e specie università che uccidono ogni desiderio di cultura. Giovani schiacciati da tomi (basta vedere quelli di medicina) di cui non si sa quanto resterà nella memoria, assillati da corsi su autori o temi marginali e minori, del tutto superflui, dalla moltiplicazione di «scienze specializzate»che sono solo moltiplicazioni di cattedre, da torreggianti saperi intimidatori e scoraggianti. Tutto questo «sapere» indigeribile e inassimilabile è fra le cause della regressione alla barbarie.

Trasmettere una cultura vitale dovrebbe cominciare con lo sfrondamento, la semplificazione, lo sforzo di fornire un senso unitario, che la mente umana, limitata, possa comprendere in sé. La missione dell’università, oggi, dovrebbe essere quella di strappare gli strati di cultura morta, le cortecce, le scorze e le concrezioni che si sono accumulate in un tronco antico di tremila anni, per giungere al midollo umido, dove ancora pulsa la linfa che porta le sostanze vitali.

Dice bene Lorenzo: la filosofia come originaria «arte di porsi le domande» è esattamente quel che viene trascurato dalle facoltà di filosofia. Certe domande, poi, furono vive e urgenti per la generazione che le formulò, ma oggi sono morte. Per fare un esempio, la pretesa di Cartesio di creare una scienza perfetta e integrale di tutto l’universo «dedotta dalle cause prime», a priori.
Un tentativo fatale, che per secoli ha impegnato il pensiero europeo nella costruzione di «sistemi» chiusi e totali.

Kant «deduce» le categorie, Hegel fa «passare necessariamente» lo Spirito da un «momento» all’altro con la dialettica, Marx spiega la storia e la società con la dialettica delle forze materiali… E s’intende ad ogni passo che questi filosofi ci pongono l’intimazione: l’umanità scelga tra me, oppure, la fine del pensiero. Tutto questo è, credo, defunto per questa generazione.

La fine dei sistemi totalitari - filosofie che hanno figliato ideologie e regimi totali - ci ha lasciati con una fascina di scorze e cortecce, e senza orientamento nel mondo. Forse bisogna ricominciare da Socrate, là dove pulsava la linfa: e non per porre le stesse domande che poneva Socrate (urgenti ai suoi tempi), ma per porre quelle che ci assillano «oggi». Per infondere negli studenti quel primordiale entusiasmo della scoperta di una nuova idea, di un nuovo principio o applicazione.

Ciò vale anche per l’arte. Quando costruì il campanile a Firenze, Giotto era subissato dalle osservazioni che i passanti, da sotto, gli facevano, dandogli consigli e criticando. Evidentemente, la gente sentiva il campanile come cosa propria. Com’è che oggi l’arte non interessa a nessuno? Che la gente - non pochi individui, ma la gente nel suo complesso - sopporta, nella propria città, il sorgere di mostri edilizi, sbilenchi e irridenti all’uomo, ordinati dal municipio?

Già il fatto che il committente di «arte» oggi sia il Comune, o insomma la burocrazia (il mostro freddo) oppure il Capitale la dice lunga sull’esproprio che abbiamo lasciato fare ai nostri danni. Per secoli, la committtenza dell’arte fu religiosa. Il tempio, la cattedrale e la chiesa «attraevano» a sé le arti, pittura, scultura, arazzi, arte del vetro, oreficeria, musica d’organo, in una pulsione unitaria e coerente, ciò che si dice lo stile.

Da molto tempo ormai il pittore di genio è senza committenti: il disperato Van Gogh provava a vendere i suoi quadri nelle osterie, ci pagava la pigione delle stamberghe. Più furbi, i suoi successori commerciali producono direttamente per le case d’asta. Hanno formato «avanguardie di massa» che vendono bene sul «mercato». Andy Warhol si vende per miliardi, ma tutti capiscono che con qualche macchina fototecnica ciascuno può farsi dei Warhol a decine.

Gli scultori producono per il cimitero, e sempre meno (la scultura costa). A cosa «serve» infatti una scultura? Chi se la mette nel trilocale biservizi? Magari qualche Goldman Sachs la ordina per l’atrio fastoso-templare della banca. Ma insomma questa forma d’arte è morta, insieme al tempio o al palazzo principesco. L’Europa non ha più arte.

Il suo linguaggio musicale, sviluppato per secoli, è ora abbandonato, lo sfrondo un po’ noioso
della «radio culturale», RAI3. Persino nel cinema dà poco o nulla, schiacciata dal linguaggio cinematografico americano egemone. Questa sterilità è un sintomo spaventoso, terminale: è come il moribondo che si volta contro il muro, non ha più niente da dire, niente da sperare.

L’espressione ben temperata ha ceduto all’afasia o al grido, per di più in una «lingua» straniera: la musica dal rap, la pittura ridotta a graffito del degrado newyorkese, l’architettura a un «decostruttivismo» che intenzionalmente vuole avvelenare chi passa nei paraggi. Vi si esprimono «personalità» incomplete, malevole, petulanti, patologiche e demoniache come quelle che ossessionano i malati mentali quando sentono le «voci». Ciò che ripetono infinitamente i graffiti e le musiche giovanili è il grido di Lucifero: «Non serviam», non servirò.

E infatti, a forza di rifiutarsi a servire Dio e l’uomo, l’arte non serve più a nulla. Anche per questo bisognerebbe recuperare il senso che la cultura, per essere vitale, deve essere «funzionale». La cultura viva è quella che «ci serve». Attenzione: non nel senso della pittura del realismo socialista, che serviva la propaganda del regime. In un altro senso, più profondo e immediato. Come dirlo?

Provo a dirlo così: ciascuno di noi è stato gettato nella vita come il naufrago è sbalzato fra le onde. Deve nuotare per sopravvivere. A ciò, gli occorrono buoni muscoli e buona salute organica, adrenalina dalle surrenali, insomma le funzioni vitali.

Orbene, la cultura è una di queste funzioni vitali, e va ricompresa tra le funzioni vitali. Non è un arredamento di lusso per anime belle, è qualcosa che ci serve per nuotare - per sopravvivere - nel complicato mondo odierno in tempesta.

In questo senso, non mi pare colga nel segno il lettore che scrive: ricordare Roma «è dire di fronte ai falsi maestri d’oggi: abbiamo una radice, non ci avete tolto la memoria». E’ un’idea accademica, ornamentale della cultura. Dobbiamo ristudiare continuamente Roma, certo: per capire, poniamo, come mai poteva dominare il suo vastissimo impero con così pochi soldati (quelli che gli americani hanno in Iraq); per capire cosa «funzionò» nell’impero, e come mai smise di «funzionare»; per capire le lotte del potere romano, che tanto possono illuminare le lotte del potere d’oggi; per capire come mai, nella decadenza, Roma seppe condurre la gestazione di un’altra civiltà, diversa ma a lei collegata come figlia. Insomma, lo studio è funzionale alle nostre urgenze vitali, o altrimenti è mitologia, posa o noia.

Recuperare la cultura come funzione vitale significa anche liberarla dai divieti. Oggi ci sono imposti divieti di pensare, in gran quantità: il fascismo fu il «male assoluto», quindi non pensatelo; la democrazia è sacra, non criticatela; Israele non è discutibile, altrimenti siete «antisemiti»; l’unione Europea non deve essere sottoposta a critica e nemmeno a referendum…

Questi divieti sono come l’asportazione delle surrenali: senza adrenalina, fiacchi, non ci arrabbiamo più, anzi ci sentiamo deboli e impotenti. E ci lasciamo condurre in carrozzzella dalla badante del potere costituito.

Dovrebbe diventare più chiaro che la cultura - in quanto funzione vitale - non si apprende solo sui libri e a scuola. Anzi, per secoli a trasmettere la cultura, infiniti saperi e segreti del mestiere, sono stati gli artigiani e i capi-operai.

Di recente sono stato invitato a parlare ad Udine, in un ottimo istituto tecnico professionale di salesiani. Il preside, salesiano, mi ha raccontato che l’assessore regionale alla pubblica istruzione e cultura, di sinistra, è contrarissimo all’istituto, vuole che i giovani passino tutti per una generica scuola media superiore e libresca: e ciò per una residuo fossile della sua maldigerita ideologia. Considera la scuola tecnica una discriminazione «di classe», tutti avrebbero diritto al liceo…

Naturalmente, con ciò rivelando un disprezzo molto classista (piccolo-borghese) per gli operai. Ma i ragazzi che approdano a quella scuola tecnica, mi diceva il preside, sono «già» passati per la scuola generale, e ne sono stati scacciati, bocciati per demotivazione e impreparazione. Arrivano lì come ripetenti e drop-out, e con grande sforzo, ma con successo, imparano ad imparare: come la maggior parte di noi, infatti, è più facile imparare «vedendo fare».

Il contatto con le macchine utensili, il rigore che impone il loro uso, fa baluginare in quelle menti ignoranti (rovinate dalla scuola e spesso dalla famiglia), la coscienza che è il caso di andarsi a leggere sui libri la parte teorica che serve al funzionamento delle macchine. Ora sanno «il perché» devono studiare algebra, matematica, geometria, disegno tecnico, CAD-CAM, Linux. Capire il «perché» è appunto giungere, sotto gli strati di scorza morta, alla linfa della cultura.

E la cultura dei tecnici non è affatto inferiore a quella dei latinisti; ha la dignità di una funzione vitale, di un servizio reso alla società che di tecnici ha bisogno (più che di latinisti eruditi e morti); è la dignità loro che quei giovani apprendono, attraverso le macchine utensili, vedendo «come si fa».

Devo infine avvertire: il recupero della cultura vitale non è affatto facile. Quell’assessore (che una cultura vitale mai avrebbe messo a quel posto) è solo un esempio degli ostacoli che il potere in generale porrebbe a un tentativo di instaurare una cultura per la vita. Gli esempi più numerosi sono nella cultura stessa.

Sulle scorze morte pullulano una quantità di saltimbanchi e ciarlatani culturali, moltiplicatori di «scienze» e di «linguaggi», di «avanguardie» inutili (non esistendo più «accademie» contro cui battersi), e proprio questi sono ritenuti - dai media - i Venerati Maestri. Figurarsi se quelli vogliono arrivare là dove pulsa la linfa vitale della cultura funzionale: perderebbero stipendi, cattedre, premi, seggi di senatori a vita. A scanso di querele, accennerò a due esempi un po’ datati.

I più giovani, per loro fortuna, non avranno mai sentito parlare di Roland Barthes: ma fu un «philosphe» molto seguito e alla moda una trentina d’anni fa. Quale cultura portava? Basta citare una delle frasi della sua lezione inaugurale al College de France: «La lingua non è ne reazionaria né progressista; è semplicemente fascista; perché il fascismo non è impedire di dire, ma obbligare a dire. Dal momento in cui è profferita, fosse anche nella profondità più intima del soggetto, la lingua entra al servizio del potere».

Questa frase è, puramente e semplicemente, insensata. Ma con quanta albagia e sicumera fu pronunciata! E quante tesi di laurea produsse! Altro esempio, Lacan.

Uno psicanalista semi-filosofo che poteva scrivere sentenze come questa: «Se la psicanalisi abita il linguaggio, non potrebbe senza alterarsi, misconoscerlo nel suo discorso». E’ inimmaginabile con quanto rispetto e compunzione frasi simili venivano accolte e commentate. C’è tutto un mondo che vuol considerare «cultura» solo l’oscurità e la difficoltà; che ci ha fatto entrare nell’epoca dove «cultura» è sinonimo di «noia», ma peggio, dove questa noia è rispettata in quanto «culturale».

Nei grandi giornali, le «pagine culturali» sono le pagine noiose. Alla TV, quando l’annunciatrice annuncia un «programma culturale», abbassa il tono, fa la faccia seria e appuntisce compunta le labbra come se stesse accompagnandoci a un funerale in chiesa. Tutta questa gente, che tratta la cultura come noia e funerale, ha potere oggi. Sono accademici, giornalisti, «opinion leader» di qualche tipo, oppure saltimbanchi promossi come tali dalla stampa, come Oliviero Toscani o Odifreddi.

E’ questa gente che, lo voglia o no, impedisce coi suoi trucchi, divieti e tabù lo sfrondamento necessario, la necessaria separazione dell’essenziale dal superfluo e dal ciarlatanesco, quella che schiaccia i nostri studenti svogliati sotto i tomi e le specializzazioni.

Questi studenti provano a seguire corsi che per i nomi - «Scienze politiche» o «Scienze della comunicazione» - promettono ciò di cui sentono il bisogno loro: un po’ di cultura generale, una serie di categorie e concetti per capire il mondo. Non trovano nulla, e finiscono magari nelle feste rave. O comunque, privi di riferimenti che non siano i conformismi e i luoghi comuni dominanti, da cui credono per giunta di essere liberi. Ne darò un solo esempio fra i tanti, per ragioni di spazio.

Nel mio pezzo su «Essere autentici prima di essere cristiani» (cioè: se non si è autentici umanamente, non si può nemmeno essere cristiani) citavo, come opera religiosa, il film Blade Runner.

Il lettore Mario ha scritto: «Quello che va notato a proposito di Blade Runner è che si tratta di un film tratto da un romanzo del 1968 di Philip K. Dick (1928-1982) intitolato ‘Do Androids Dream of Electric Sheep?’ vale a dire: ‘Ma gli androidi sognano pecore elettriche?’ e che il suo autore non disdegnava di ricorrere a discrete dosi di ‘acidi’, specialmente anfetamine, per eccitare l’immaginazione, causa per la quale alla fine morì. Era anche lui vittima di una moda compulsiva? Allora, dal ‘pattume’ può nascere una luce di speranza? Non ritengo che si debba tracciare un rigo sopra i ragazzi dei raduni ‘rave’». Eh no, caro Mario: non si può fare questa equazione «democratica».

Philip Dick era un rarissimo artista contemporaneo assillato dalla teologia e creatore di una teologia, il solo che abbia osato parlare dell’uomo come bisognoso d’immortalità, nel ventesimo secolo; un tormentato esploratore di luoghi in cui avanzava per primo e solo, senza vie tracciate. Uno che - come gli artisti autentici - si ammala in anticipo delle patologie del mondo umano, che le preconizza e le segnala, lanciando l’allarme. La parte essenziale e autentica dell’arte contemporanea è infatti questa: di essere un sintomo precoce.

Simili uomini sono in continuo pericolo; possono ricorrere a «conforti» chimici, nella loro solitudine profetica che li spaventa e li brucia; sono sciamani nell’epoca della secolarizzazione, profeti allucinati della rovina che attende i gaudenti e i consumisti, gli inautentici che siamo tutti. Non li si può giudicare come fai tu; soprattutto, non li si può mettere sullo stesso piano degli impasticcati alle feste «rave».

Questi possono farsi a morte di LSD, ma non riusciranno mai a scrivere «Androids». «Gli uomini non sono uguali», Mario. Ci sono uomini superiori, la cui caduta o i cui abisssi vanno guardati con l’orrore e la pietà con cui il coro greco assistè alla caduta di Edipo Re. La convenzione dell’uguaglianza ha cittadinanza solo nella democrazia politica, ma non nell’arte, nella cultura e nella profezia.

Oggi, la pretesa di estendere la «democrazia» dove non deve stare è uno dei problemi della cultura. E’ la confusione tra l’essenziale e il subordinato o il superfluo, tra il superiore e l’inferiore. Un esempio.

Giorni fa ho sentito alla radio Veltroni che parlava del suo programma: abolire leggi che ostacolano la produzione, le imprese, le opere pubbliche… Il giornalista, esponente della «cultura» vigente, lo interrompe e gli chiede: è a favore della fecondazione in vitro? O vorrebbe impedire che due genitori talassemici abbiano un figlio sano? «Per come mi pone la domanda, le dico: no», ha risposto Veltroni. Ma si capiva che era seccato.

Sono convinto che - se avesse potuto dire la verità - avrebbe detto: «Caro giornalista, la politica non si occupa di tutto. Può a malapena promettere che farà in modo che dallo studio preliminare per un’autostrada alla sua realizzazione non passino dodici anni ma solo tre, e già questo è difficile da realizzare. Si figuri se può garantire la soddisfazione di tutti i bisogni privati, la cura di tutte le infelicità personali di ciascun elettore, o men che meno il diritto alla felicità individuale di ognuno. Non confondiamo i piani: ho il massimo rispetto per le sofferenze dei genitori talassemici, ma ho
il dovere di dire che non è il mio campo. Il campo della politica è più modesto, è (al massimo) l’organizzazione dei mezzi della vita collettiva».

Perché Veltroni non ha potuto dire questa umile verità? Perché il giornalista Santalmassi gli aveva teso un tranello («Ti metto nei guai coi cattolici che militano nel tuo partito»), e se avesse risposto altrimenti avrebbe detto una cosa non progressista, non politicamente corretta, che i giornali avrebbero ripreso a suo danno.

Direte: che cosa c’entra in questo discorso sulla cultura vitale? C’entra eccome. Il giornalista ha fatto quello per cui è stato elevato a direttore: il guardiano dei «limiti del pensare» attuale; egli veglia che non si dica tutta la verità ma solo quella accettabile ai gruppi e alle lobby egemoni «culturalmente». Tutte queste lobby e gruppi che, quando si propone l’essenziale, pretendono il superfluo e il secondario; che rifiutano di dinstinguere tra priorità e no; che impediscono di sfrondare e semplificare il discorso, e di concentarsi sulle poche questioni vitali urgenti, che i mezzi limitati possono (e non è detto) risolvere.

Il «dibattito» è oggi così, nella cultura come nella politica. Scorza, e non linfa.

di maurizio blondet da www.effedieffe.com

2 commenti:

Tommaso Guariento ha detto...

sono spiacente, ma la tua incompetenza filosofica è indubbia. Al punto stesso da non accorgerti che Barthes e Lacan vanno affermando quello che tu credi di ciarlare per tutto questo blog. Se conoscessi bene la storia della filosofia sapresti che la loro analisi sul linguaggio è derivata da Martin Heidegger, filosofo che ha avuto pesanti compromissioni politiche con nazismo ma che tuttavia ha sviluppato un pensiero innovatore. La prossima volta, informati meglio, prima di azzardardi in discorsi di filosofia, così eviterari queste ovvie contraddizioni nel tuo pensiero.

Domenico & Gianluca ha detto...

Giusto. Non mi occupo di Filosofia. Ecco perchè l'articolo non l'ho scritto io, ma Maurizio Blondet.
Sicuramente più preparato di uno studentello tutto eccitato perchè ha preso un voto alto all'università.

In ogni caso, la invito ad notare che il suo commento non ha nulla a che fare con l'articolo.

Non ho nè il tempo nè la voglia di verificare quanto lei dice anche perchè (non so se se ne rende conto) l'articolo parla di tutt'altro.

Se comunque voleva rendere a tutti noi noto il fatto che ha appena finito di studiare Heideggero che ha preso un bel voto all'università, si senta pure libero di farlo.