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mercoledì 13 giugno 2007

Ecumenismo di guerra


Ricevo altre lettere catto-talebane che insistono: no, l'Islam è una falsa religione, è satanica…
Ma stavolta, per cercare di farmi capire, ho da raccontare un episodio accaduto in Libano, e riferito dal caro Agostino Sanfratello, che là ha abitato e che là torna.
Un giovane Hezbollah saluta il generale Aoun, cristiano maronita, e gli dice: «Starò sulla porta del Paradiso finchè anche tu non ci sari entrato».
Il generale Aoun è seriamente commosso.
Da arabo cristiano, capisce il pensiero del combattente sciita.
Egli è serenamente certo che l'attende il Paradiso, perché è pronto a farsi uccidere in battaglia, e sa il premio che spetta ai martiri.
Da fedele musulmano, ha motivo di dubitare che il generale, cristiano, infedele, sarà salvo.
Ma il generale cristiano è con loro, quasi unico al loro fianco nel combattimento in corso; compagno leale, disinteressato, di cui ci si può fidare «fino al sangue».
Perciò l'Hezbollah si fa garante per lui di fronte ad Allah.
Ora, nessuno mi convincerà a proclamare che la fede di questo Hezbollah è falsa e satanica.
E nessuno può dirlo in coscienza, senza aver paura di offendere Dio.
Dirò di più.
Questo è il solo livello in cui la parola «ecumenismo» non è una untuosa vacuità: l'ecumenismo dei pronti a morire in guerra.
E' anche il solo livello in cui assume significato il mantra, generalmente falso, di tanti neo-gnostici da tavolino e neo-pagani, sulla «identità trascendente delle religioni».
Perché chi sa appena qualcosa di queste cose, non ignora che il voto del giovane Hezbollah è ciò che nel Buddhismo si chiama «voto del Bodhisattva», che il monaco novizio deve fare in via preliminare: l'impegno a non entrare nel Nirvana finchè non vi sia entrato «l'ultimo filo d'erba».
Nel Buddhismo, si onora la figura di Avalokiteshvara, «il Signore della Compassione», che perennemente sta sul limite, ritardando la propria Estinzione, per accogliere gli altri, più deboli, anzi l'intera creazione che (attesta san Paolo) «grida d'essere salvata».



E' meno noto che padre Pio fece lo stesso voto.
Ai fedeli dei gruppi di preghiera da lui istituiti assicurò: tranquilli, io starò sulla porta del Paradiso finchè non ci siate entrati tutti.
L'esempio, del resto, gli veniva da Cristo stesso.
Anch'Egli disse che avrebbe raccolto tutte le sue pecore, e solo alla fine «chiuderò la porta» dell'ovile.
E disse ancora: «Io sono la Porta».
E' un mistero: ma a quanto pare ogni storica via che promette la salvazione prevede la presenza di un Amico, di un Buon Pastore, che ci aspetta sulla Porta, e ritarda la propria privata salvezza per assicurare che chi bussa «è uno dei miei».
E' un mistero che non abbiamo il diritto di «spiegare» con esoterismi da salotto, né di «confutare» con capziosi tomismi scolastici o coranici.
Non noi, a cui si applica la sferzante avvertenza di san Paolo: «Non avete ancora sofferto fino al sangue».
Questo è un mistero per guerrieri, per cui l'aldilà è già più vicino dell'aldiquà.
Per chi ha già scontato la propria morte, domani o fra poche ore, e la affronta pronto, ossia spogliato di ogni impaccio superfluo (e di particolarismi spirituali), solo ormai si preoccupa del suo compagno d'armi che combatte al suo fianco, perché non gli sia negata la salvezza.
E' il rude amore fra commilitoni sotto il fuoco.
Non è possibile che questo atto d'amore non venga esaudito.
Forse è per questi che fu detto: «Il Regno dei Cieli patisce violenza, e sono i violenti ad impadronirsene».
O almeno, questo è uno dei significati che vi possiamo intravvedere noi, che non siamo pronti a soffrire fino al sangue.
La commozione di Aoun è anche quella del vecchio comandante, il cui duro mestiere è mandare dei giovani alla morte, che riconosce il soldato su cui si può contare: terrà la posizione finchè avrà vita nel suo giovane corpo, fino a quel che l'eufemismo bellico chiama «l'estremo sacrificio sotto le più avverse condizioni».
Noi, estranei a questo rapporto speciale di guerra, possiamo solo onorare quel giovane Hezbollah sentendolo nostro fratello nella fede, la fede vera.
E, se mai, rimpiangere che quel che ho chiamato la clericalizzazione della Chiesa abbia obliterato questa possibilità umana, l'ascetica dei guerrieri.
Oggi, ci si propone un solo modo di santità, omologo ai consacrati, ai preti, frati, suore, ai contemplativi.
E' un eroismo profondissimo anche il loro, ma non il solo eroismo possibile.
Anche noi abbiamo avuto i nostri samurai, i nostri cavalieri rajput, anche noi cristiani abbiamo conosciuto quella via.
Abbiamo avuto i Templari.
Abbiamo avuto i cavalieri.
Abbiamo avuto Federico, imperatore germanico e siciliano, che volle esser calato nella tomba con la spada - spezzata, a dire che la milizia era per lui finita, non ci sono spade nel Cielo.
Federico fu scomunicato da Pontefici-talebani, perché anziché partire per l'ennesima crociata si accordò con l'arabo per avere, pacificamente, Gerusalemme.
Ma solo un guerriero può essere pacifico (l'Arabo lo capì perfettamente, e accedette all'accordo).
Il clero non può facilmente giudicare chi non è imbelle, chi ha fatto delle armi la sua vocazione.
Possiamo rimpiangere o no.
Ma non può che essere stata volontà di Dio la nostra perdita della santificazione bellica, e in questo pensiero è giocoforza rassegnarci a questo spazio vuoto della cattolicità: che ha così poco da dire agli animosi e ai «violenti» che prendono d'assalto il Regno, e rende imbelle il cattolicesimo d'oggi, che lascia solo Aoun coi suoi Hezbollah e maroniti.
Chissà.



Va detto che un barlume di questa via è rimasto, e proprio in padre Pio, il cappuccino mitissimo.
Più volte, in bilocazione, è apparso a gente diversa durante la prima guerra mondiale: e spesso, in quel periodo 1915-18, fu visto «vestito da soldato».
Da fantaccino italiano delle trincee.
Non c'è dubbio che padre Pio partecipò a quella guerra, e dal suo convento garganico volò volontario sull'Isonzo e sul Carso tra i morenti e i feriti, da patriota qual era.
Il generale Cadorna attestò di quel cappuccino (in quel caso si presentò in saio) che entrò nella sua tenda la notte della rotta di Caporetto, e dissuase il generale dal suicidio cui si preparava, pistola già alla tempia.
Solo molti anni dopo Cadorna, portato a visitare San Giovanni Rotondo, riconobbe in quel frate «quel» frate; e padre Pio gli esclamò allegro: «L'abbiamo vista brutta quella notte, eh generale?». Notate il plurale: «L'abbiamo vista brutta».
Così parlano i soldati dopo la battaglia, fra loro.
Il rude amore del soldato semplice, camerata Pio.
Lui forse potrà giudicare se è falsa la religione del giovane Hezbollah.
Noi no.
Anzi vorremmo che tutti i musulmani fra noi, che non hanno sofferto fino al sangue, imparassero da lui.
Ne seguissero l'esempio generoso.

Maurizio Blondet




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